Melody Makers
Melody Makers

I Melody Makers sono Attilio Gili (voce) ed Emanuele Fizzotti (chitarre) in questo debutto discografico sintetizzano anni e anni di esperienze che spaziano dal blues (non dimentichiamoci che Emanuele Fizzotti ha fatto parte della Treves Blues Band) al rhythm 'n' blues ( Attilio Gili faceva parte degli Uh!, uno dei primi gruppi che alla fine degli anni '60 proponeva il rhytm 'n' blues americano).
Ora il bello è che tutta questa esperienza si sente!
La chitarra di Fizzotti è piena di citazioni colte, con quel gusto particolare per quel suono vintage, mentre la voce di Gili sembra aver militato per anni tra le fila dei Blood, Sweat & Tears e degli Allman Brothers.
Come recitano le note di copertina: "il blues non viene inteso come sterile ripetizione dei soliti tre accordi", le promesse sono state mantenute, con l'aggiunta di un gusto veramente particolare ed elegante.
Il cd si apre con uno shuffle, "Too Much", composto da Gili e Fizzotti, che serve per far capire l'ambito in cui si muove la band, per poi passare ad un classico di Ray Charles, "What I'd Say", reinterpretato in chiave 'texana' e dove la chitarra risponde 'per le rime' alla voce di Gili per niente intimidita dal paragone col grande Ray.
Satisfied è una composizione originale del duo, sempre molto calibrato, con un riff di chitarra ossessivo ma controllato che sottolinea e supporta la voce graffiante di Gili per poi lanciarsi in un solo slide in puro stile southern rock.
L'ombra rassicurante di Stevie Ray Vaughan si staglia su "Flip, Flop and Fly" mentre la band si lancia in uno shuffle indiavolato, ma sempre molto attenta a non uscire dal seminato.
L'atmosfera rarefatta di "Still Be True" è un ottimo supporto per la voce di Gili, coadiuvata dall'acustica di Fizzotti che lascia poi intervenire un'elettrica con il wah-wah per il solo e i commenti.
Chiusura in bellezza con "Dust My Broom", un tributo a Robert Johnson a cavallo di un dobro, un bottleneck e una voce che apre in chiave gospel per poi ritornare dalle parti del delta a rendere omaggio al padre del blues.
Ottimo lavoro, calibrato e preciso in cui si apprezza la classe di due musicisti che mettono le loro esperienze e il loro talento al servizio della musica che amano.
Marco Manusso - Chitarre

I precedenti artistici importanti di Attilio Gili (voce) e di Emanuele Fizzotti (guitars), nucleo portante dei biellesi Melody Makers, si sentono tutti in questo loro debutto discografico per la More Sound di Siena.
Il blues viene esplorato con feeling e competenza in tutte le sue filiazioni storiche, il soul, il r&b, il rock&roll e le covers presenti di Ray Charles e Robert Johnson raccontano eloquentemente della devozione di Gili e Fizzotti ad una tradizione e a degli autori che vengono da lontanissimo e che continuano a rappresentare linfa vitale per qualsiasi artista si cimenti con questa materia sonora.
Ma dove i Melody Makers rendono al massimo è proprio nei brani di loro composizione, nei quali filtrano le suddette influenze sapientemente all'interno di una vena personale dalle affascinanti fattezze 'blue'.
Uno degli episodi più toccanti in tale direzione è Still Be True, carica di un mood autunnale e jazzato che riporta molto alle atmosfere di un certo british-blues anni '60 (Savoy Brown .. Mayall)! Stessi riferimenti ho avvertito in Heartaches, The Power Of Gold, Too Much soprattutto per quanto riguarda lo stile chitarristico di Fizzotti, fluido, raffinato ma al contempo spigoloso come i fraseggi di un maestro di quegli anni, Kim Simmonds, lead-guitar e mente dei grandi Savoy Brown. L'uso dei fiati (il bravo Marino Bardone ed i due saxes), la voce grintosa di Attilio Gili (i cui referenti mi sembrano D.Clayton Thomas, Burdon…) e il sapiente uso dell'hammond-organ nei brani più ritmati come Squeeze Me Tight, I'm Still Walking rinverdiscono i fasti di bands americane come Blood, Sweat & Tears …
Un disco efficacemente calibrato e godibile in tutte le sue componenti.
Pasquale Boffoli

La storia dei Melody Makers è abbastanza recente anche se il percorso artistico di Attilio Gili ed Emanuele Fizzotti parte da molto lontano.
Quello di Attilio ha inizio in pieni anni sessanta con un gruppo chiamato UH, di cui è stato il basso e la voce solista. Erano gli albori; il 45 giri era il supporto più diffuso (primo vero simbolo del nascente consumismo musicale) e Pippo Baudo, con il programma televisivo Settevoci, costituiva uno dei pochi trampolini di lancio per giovani artisti. All'epoca si 'sfondava' con riproposizioni in italiano di celebri brani americani ed inglesi, di quel rock nascente che stava dilagando anche nel nostro paese.
Era l'epoca dell' r'n'b ed anche gli UH carpivano l'ispirazione da Otis Redding e James Brown oltre che da stelle del rock'n'roll come Elvis e Jerry Lee Lewis. Anche il blues però esercitava il suo fascino grazie alle gesta di John Majall e Peter Green (emuli a loro volta del tipico suono del Delta elettrificato da Muddy e Sonny Boy). Relativamente più recente la storia di Emanuele Fizzotti, già chitarrista con la Treves Blues Band e Cristiano De Andrè. Il musicista è un vero talento dello strumento ed i suoi studi presso il Guitar Institute Of Technology di Los Angeles (dove ha conseguito il diploma), oltre che gli stage con artisti del calibro di Scott Henderson e Joe Diorio, ne sono chiara testimonianza.
Emanuele ed Attilio hanno incrociato il loro cammino fondando gli Zip Fastners. Con questa formazione hanno partecipato a Sanremo Blues '91 riscoprendo l'amore comune per la musica del diavolo. Solo recentemente, con i Melody Makers la struttura ha assunto quei connotati presenti sul nuovo CD che, come accade sovente nelle opere prime, si chiama come la band.
Diciamo subito che il lavoro è suonato e registrato magistralmente, ricco com'è di arrangiamenti che vanno dall'r'n'b sostenuto da Hammond e fiati a momenti stringati, in stile Delta, con Dobro e voce. C'è inoltre autentico swing e boogie in stile Texas blues.
Le nove composizioni originali sui tredici brani presenti sul dischetto sono un'ulteriore manifestazione di creatività. Le cover sono What I'd Say e I Belive To My Soul di Ray Charles, Flip, Flop & Fly (celebre la versione di Big Joe Turner) e la johnsoniana Dust My Broom. Se c'è un appunto da fare, questo è rivolto alla grande (forse eccessiva) varietà di stili che, se da un lato dimostrano la poliedricità dei musicisti, dall'altro fanno venir meno una delle caratteristiche fondamentali nell'allestimento di un lavoro, quello che comunemente viene definito progetto artistico. Melody Makers è un CD che piacerà a molti, ne sono più che certo, e se vuole essere una sorta di biglietto da visita è più che ricco. In futuro sarà però opportuno mettere la tecnica al servizio di suoni più personali e meno divaganti.
Michele Lotta

Primo - e solido - debutto discografico per la blues-band biellese, formazione di musicisti la cui esperienza e capacità tecnica si nota sin dalle prime note del disco.
Anima della band e autori dei brani sono Attilio Gili (vocalist che ha militato nelle fila degli UH! alla fine degli anni '60 e successivamente negli Zip Fastener) e alle chitarre Emanuele Fizzotti (che ha fatto parte della storica Treves Blues Band, mentre nei primi anni '90 ha collaborato con Cristiano De Andrè).
Sound quindi decisamente classico quello dei Melody Makers, scelta stilistica dettata forse più dall'amore per il blues puro che dalla carenza di vena compositiva innovativa.
La tracklist comprende nove brani originali e quattro cover, tra le quali "What I'd Say" del grande Ray Charles suonata in chiave più movimentata; e anche se ciò va un po' a discapito del mood che crea l'originale, rimane sempre un rispettoso e interessante tributo al grande soulman.
Del resto ho sempre odiato coloro che intendono le cover come clone perfetto (ed inutile) di un brano, come altrettanto odiosi rimangono i 'moralisti musicali' che reputano eresia ogni reinterpretazione dei brani classici.
I pezzi originali spaziano dalle atmosfere di sapore r'n'b di "Squeeze Me Tight", brano nel quale i sassofoni accompagnano e completano gli intriganti riff della chitarra, a quelle più intense e soft di "Heartaches", canzone d'amore che rappresenta un po', dal punto di vista dei testi, la summa tematica.
A dire il vero le liriche - sarà perché a volte scrivere in una lingua non propria limita le capacità espressive - risentono di una certa carenza di intensità.
Ma é anche vero che laddove il confine tra semplicità e banalità diventa confuso, la lingua inglese ci mette una toppa.
Ed è forse questa una delle poche pecche di un opera suonata davvero molto bene. Anche le linee vocali sono sempre adatte e precise, e d'altronde la voce di Attilio Gili, dal timbro caldo ed espressivo specie nelle note alte, è di tutto rispetto.
L'ascolto dei brani mantiene sempre abbastanza viva l'attenzione - interessanti gli assoli di chitarra, che a volte sembrano rievocare il tocco alla Jimmy Page, altre alla Hendrix come in alcuni passaggi di "What I'd Say" - per passare a suoni più sinuosi, sul jazzy, come in "Lazy Swing".
Non c'è da aspettarsi comunque 'rivoluzioni copernicane' nel modo di intendere l'armonia e la melodia da parte di un gruppo che ha nel sangue il blues; sarebbe quasi da sciocchi, e i Melody Makers nel loro primo lavoro di certo non hanno nei loro obiettivi l'innovazione, bensì portare avanti l'anima del genere musicale che ha rivoluzionato la musica e gli animi di generazioni.
Antonio Rettura - RockIt